La sequela di Cristo

“Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”, è scritto nel libro del Deuteronomio (6,4).

“Amare con tutto” significa amare con tutto te stesso, con tutto quello che hai, che puoi e che sei, perché l’amore, mentre da una parte non s’impone mai, dall’altra esige sempre una risposta che coinvolge tutta la persona.

Gesù Cristo predica un messaggio che raggiunge tutto l’uomo, in tutte le sue dimensioni, perciò chi vuole seguirLo deve fare di Lui il suo centro, vivendo fino in fondo nella sua vita il mistero pasquale.

E questo vale per tutti, anche se non tutti sono chiamati a seguirLo allo stesso modo.

Quando il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 42d; Perfectae Caritatis 1) parla di quelli che seguono Cristo “più da vicino”, si riferisce a coloro che, per speciale ispirazione dello Spirito Santo, sono chiamati a rivivere oggi la stessa forma di vita di Gesù, che fu casto, povero, obbediente.

Le claustrali, perciò, come tutti i religiosi, seguono Cristo, facendo propri i consigli evangelici di povertà, castità, obbedienza. Questi voti religiosi indicano, fondamentalmente, il dono di tutta la persona a Cristo: ciò che si offre non è qualcosa, ma se stessi! Con essi scegliamo di non appartenerci più, ma, in unione con Cristo e ad imitazione di Lui, di “svuotarci” di noi stessi, rinunciando a qualsiasi forma di autorealizzazione egoistica, per rivivere il suo spogliamento totale, affinché viva in noi lo Spirito di Cristo. Questa è la nostra realizzazione: rivivere la sua vita di donazione totale al Padre per la salvezza del mondo!

Le claustrali sono chiamate, poi, a vivere i consigli evangelici in una modalità molto particolare. La loro vocazione non è quella di predicare, insegnare o curare gli infermi negli ospedali, ma come da sempre ha affermato la Tradizione della Chiesa, quella di rivivere la preghiera di Gesù

“sul monte o, comunque, in luogo solitario, non accessibile a tutti, ma soltanto a quelli che Egli chiama con sé, in disparte…La clausura, anche nel suo aspetto concreto, costituisce, perciò, una maniera particolare di stare con il Signore, di condividere <<l’annientamento di Cristo, mediante una povertà radicale, che si esprime nella rinuncia non solo alle cose, ma anche allo spazio, ai contatti, a tanti beni del creato>> (Vita Consecrata, 59), unendosi al silenzio fecondo del Verbo sulla croce. Si comprende, allora, che il ritirarsi dal mondo per dedicarsi nella solitudine a una vita più intensa di preghiera non è altro che una maniera particolare di vivere e di esprimere il mistero pasquale di Cristo, un vero incontro con il Signore Risorto, in un itinerario di continua ascensione verso la dimora del Padre…Al dono di Cristo-Sposo, che nella croce ha offerto tutto il suo corpo, la monaca risponde similmente con il dono del <<corpo>>, offrendosi con Gesù Cristo al Padre e collaborando all’opera della redenzione. Così la separazione dal mondo dona all’intera vita claustrale un valore eucaristico, <<oltre che di sacrificio e di espiazione, anche di rendimento di grazie al Padre, nella partecipazione al grazie del Figlio diletto>> (Vita Consecrata, 59”

(Brano tratto Dall’Istruzione Verbi Sponsa n° 3)

“Essere sposa di Cristo! Non è solo l’espressione del più dolce dei sogni: è una divina realtà; è l’espressione di tutto un mistero di somiglianza e di unione; è il nome che il mattino della nostra consacrazione la Chiesa pronuncia su di noi: Vieni sposa di Cristo!

È necessario vivere la propria vita di sposa! Quante cose questo nome evoca di amore dato e ricevuto, d’intimità, di fedeltà, di dedizione assoluta!

Essere sposa significa abbandonarsi come lui si è abbandonato…Vuol dire avere tutti i diritti sul suo cuore. È un cuore a cuore per tutta la vita. È un vivere con…sempre con!

È un non sapere altro che amare; amare adorando, amare riparando, amare pregando, domandando, dimenticandosi; amare sempre, sotto tutte le forme”

(Beata Elisabetta della Trinità, Nota intima)

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