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Ecco un power point per conoscere meglio Santa Teresa e i suoi scritti…: Santa Teresa

 

 

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Un pensiero di Santa Elisabetta della Trinità

Adoratori in spirito e verità

Adoriamo «in spirito» cioè, teniamo il cuore e il pensiero fissi in Lui, lo spirito pieno della sua conoscenza mediane il lume della fede.  Adoriamolo «in verità», cioè, con le nostre opere, perché è soprattutto attraverso le nostre azioni che siamo veri. Ciò equivale a far sempre quello che piace al Padre di cui siamo figli. Infine, adoriamolo «in spirito e verità», vale a dire per mezzo di Gesù Cristo e con Gesù Cristo, perché Egli solo è il vero adoratore «in spirito e verità». Allora, saremo i figli di Dio e conosceremo di scienza sperimentale quelle parole di Isaia: «Sarete portati al seno e vi accarezzerà sulla ginocchia» (Is 66,12). In realtà, tutta l’occupazione di Dio sembra essere quella di colmare l’anima di carezze e di segni d’affetto, come una mamma che solleva il suo bambino e lo nutre del suo latte. Oh! rendiamoci attenti alla voce del Padre nostro: «Figlio mio – Egli dice – dammi il tuo cuore» (cf Pr 7,1-3).

 

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Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta

Come si presenta la vocazione?

Ma ciò che concretamente uno deve fare non gli si presenta come chiarezza inequivocabile o come un comando preciso ineludibile. Quello che Dio vuole da noi ce lo fa presagire sotto forma di suggerimento o di invito. La vocazione si presenta molto discretamente, più come possibilità intravista che come destino inevitabile. Anzi quanto più è impegnativa la scelta da compiere, tanto più la vocazione si presenta alla libertà sotto forma di ispirazione discreta, di intuizione che lascia timorosi. Così la propria statura di persona la si decide aderendo a quelle circostanze delicatissime che si offrono all’intuizione del cuore. Sprecare queste intuizioni, evitarle a cuor leggero, sfuggirle, non prenderle mai sul serio significa molto spesso costruire la propria tristezza, rinunciando ad essere pienamente uomini.
Queste intuizioni però vanno sottoposte a discernimento. Occorre una guida; ma anche l’aiuto di una guida non si potrà mai sostituirsi alla responsabilità della persona. Resta quindi sempre la fatica della propria personale decisione. Ed è proprio questa che ci rende grandi nella vita.

 

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Un pensiero di Papa Francesco

La preghiera di Gesù

Gesù pregava come prega ogni uomo del mondo. Eppure, nel suo modo di pregare, vi era anche racchiuso un mistero, qualcosa che sicuramente non è sfuggito agli occhi dei suoi discepoli, se nei vangeli troviamo quella supplica così semplice e immediata: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Loro vedevano Gesù pregare e avevano voglia di imparare a pregare: “Signore, insegnaci a pregare”. E Gesù non si rifiuta, non è geloso della sua intimità con il Padre, ma è venuto proprio per introdurci in questa relazione con il Padre. E così diventa maestro di preghiera dei suoi discepoli, come sicuramente vuole esserlo per tutti noi. Anche noi dovremmo dire: “Signore, insegnami a pregare. Insegnami”. Anche se forse preghiamo da tanti anni, dobbiamo sempre imparare! L’orazione dell’uomo, questo anelito che nasce in maniera così naturale dalla sua anima, è forse uno dei misteri più fitti dell’universo. E non sappiamo nemmeno se le preghiere che indirizziamo a Dio siano effettivamente quelle che Lui vuole sentirsi rivolgere. La Bibbia ci dà anche testimonianza di preghiere inopportune, che alla fine vengono respinte da Dio: basta ricordare la parabola del fariseo e del pubblicano. Solamente quest’ultimo, il pubblicano, torna a casa dal tempio giustificato, perché il fariseo era orgoglioso e gli piaceva che la gente lo vedesse pregare e faceva finta di pregare: il cuore era freddo. E dice Gesù: questo non è giustificato «perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14). Il primo passo per pregare è essere umile, andare dal Padre e dire: “Guardami, sono peccatore, sono debole, sono cattivo”, ognuno sa cosa dire. Ma sempre si incomincia con l’umiltà, e il Signore ascolta. La preghiera umile è ascoltata dal Signore.

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Un pensiero di Santa Elisabetta della Trinità

Qual è a tuo parere l’ideale della santità?

Vivere d’amore.

Quale il mezzo più rapido per giungervi?

Farsi piccolissima e darsi totalmente per sempre.

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parla, Signore, il tuo servo ti ascolta

Un solo grande amore….

occorre avere una grande stima di Gesù, aver assimilato in sé la convinzione che non c’è bene più grande di Lui. Se non è cresciuto questo amore, diventa difficile rispondere alle domande e soprattutto diventa astratto parlare di vocazione, poiché la vocazione nasce proprio da questo aver capito che Cristo è il bene più grande della vita.
La concezione con cui la mentalità mondana ci abitua a guardare al nostro futuro è agli antipodi di questo criterio. Il criterio con cui siamo abituati a guardare il nostro avvenire è incentrato sul tornaconto o il gusto o il comodo per l’individuo: nel fare questo o quello che cosa ci guadagno di più? Che cosa mi soddisfa di più? Che cosa mi fa più comodo? Raramente siamo abituati a domandarci: che cos’è il mio vero bene? La strada da scegliere, la persona da amare, la professione da svolgere, la scuola da frequentare: tutte queste cose sono determinate – per il mondo – da un unica preoccupazione: il vantaggio del singolo. Stando così le cose, capovolgere questo criterio rischia di essere pensato come un’infatuazione religiosa, un’esagerazione, una sfida al buon senso.
Che uno possa intuire che il criterio decisivo per la sua vita sia l’amore a Cristo è visto come un’anormalità, anche da persone pur buone. Forse anche i genitori, nella preoccupazione peraltro lodevole di vedere i loro figli riuscire, ragionano sulla vita in modo che Gesù Cristo resta esiliato dalla realtà. Egli non è pensato come il criterio che può determinare tutta la vita di un giovane. Consigli, ammonimenti, giudizi, rimproveri, tutti gli interventi, sono guidati come se non ci fosse il desiderio di servire il tutto, di essere a disposizione del regno di Dio, di farsi strumento di Cristo nel mondo.
La vocazione cristiana deve recuperare prima di tutto questo attaccamento pieno di amore al Signore. Questo è il più grande criterio educativo per una giovane personalità cristiana.

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Un pensiero di Papa Francesco

Chi dà davvero senso al nuovo anno?

Al termine dall’anno, la Parola di Dio ci accompagna con questi due versetti dell’apostolo Paolo (cfr Gal 4,4-5). Sono espressioni concise e dense: una sintesi del Nuovo Testamento che dà senso a un momento “critico” come è sempre un passaggio di anno. La prima espressione che ci colpisce è «pienezza del tempo». Essa assume una risonanza particolare in queste ore finali di un anno solare, in cui ancora di più sentiamo il bisogno di qualcosa che riempia di significato lo scorrere del tempo. Qualcosa o, meglio, qualcuno. E questo “qualcuno” è venuto, Dio lo ha mandato: è «il suo Figlio», Gesù. Abbiamo celebrato da poco la sua nascita: è nato da una donna, la Vergine Maria; è nato sotto la Legge, un bimbo ebreo, sottomesso alla Legge del Signore. Ma come è possibile? Come può essere questo il segno della «pienezza del tempo»? Certo, per il momento è quasi invisibile e insignificante, ma nel giro di poco più di trent’anni, quel Gesù sprigionerà una forza inaudita, che dura ancora e durerà per tutta la storia: la forza dell’Amore. È l’amore che dà pienezza a tutto, anche al tempo; e Gesù è il “concentrato” di tutto l’amore di Dio in un essere umano.

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Un pensiero di S.Elisabetta della Trinità

Sì, mia piccola Germana, viviamo d’amore, siamo semplici come lei, sempre nel più completo abbandono, immolandoci di momento in momento nel fare la volontà di Dio senza ricercare cose straordinarie. E poi facciamoci piccole, lasciandoci portare come un bimbo nelle braccia della mamma, da colui che è il nostro Tutto. Sì, sorellina, siamo così deboli, anzi non siamo altro che miseria, ma lui lo sa bene, ed ama perdonarci, risollevarci e poi rapirci con sé, nella sua purità, nella sua santità infinita. Per questa via ci purificherà attraverso un continuo contatto e il tocco divino della sua mano. Egli ci vuole tanto pure, ma lui stesso sarà la nostra purezza.

Dalle lettere di Santa Elisabetta

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Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta

La prima vocazione: essere davvero cristiani

Per poter essere pronti a capire i segni che Dio vorrà mandare per svelarci ciò a cui ci chiama bisogna prima di tutto non pensare alla vocazione, ma piuttosto desiderare che nella propria vita sia fatta la volontà di Dio. In altre parole, dobbiamo educarci a essere disponibili per qualunque missione specifica Dio voglia da noi. Solo se ci educhiamo alla disponibilità saremo capaci di capire quali sono i segni della nostra vocazione.
Se Dio ti chiedesse di abbandonare tutto e di entrare in seminario, saresti disposto a seguirlo? Se sei attaccato ad una tua idea sulla vita, cercheresti di difenderla; e probabilmente troveresti tutte le scuse buone per non seguire quella voce. Se invece sei disponibile, allora pur nella prudenza che non ti rende precipitosa ti concederesti.
In altre parole, prima della vocazione devi verificare la tua disponibilità alla vocazione. Insomma, devi dire a te stesso: sono davvero disponibile a qualunque cosa mi chieda il Signore? Sono attaccato a qualche idea sulla mia vita e la ritengo più importante di quello che il Signore può aver pensato per me?

La vocazione particolare presuppone la vocazione cristiana, cioè la vocazione di creatura chiamata a Cristo. Perciò prima di indagare sui criteri della vocazione bisogna che la propria vita sia disponibile per Cristo.
La vocazione perciò è diponibilità a Cristo: “Signore fa di me quello che vuoi”; “Signore ti appartengo, perciò rendimi capace di esser fedele a quello che tu vuoi da me”; “Non so, Signore, che cosa vuoi da me, neanche mi interessa, voglio solo fare quello che vuoi Tu”.

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Un pensiero di san Giovanni della Croce

Dove non c’è amore, metti amore e troverai… amore!

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Un consiglio di Papa Francesco

Amate i vostri nemici

Papa Francesco ha proposto a tutti «una cosa pratica», ovvero chiedersi: «io prego per i miei nemici o mi viene di augurare loro qualcosa di brutto?». Bastano «cinque minuti, non di più» per chiedersi: «Chi sono i miei nemici o quelli che mi hanno fatto del male o che io non amo o con i quali c’è una spaccatura fra di noi? Chi sono? Io prego per questi?». Ognuno, ha aggiunto il Papa, «dia la risposta». E ha concluso: «Che il Signore ci dia la grazia» di «pregare per i nemici; pregare per quelli che ci vogliono male, che non ci vogliono bene; pregare per quelli che ci fanno del male, che ci perseguitano», con «nome e cognome». E vedremo che questa preghiera porterà due frutti: al nostro nemico «lo farà migliorare, perché la preghiera è potente», e a noi «ci farà più figli del Padre».

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